Il racconto della storia adottiva è una delle tematiche che accompagna una famiglia prima ancora che si formi. Prima che arrivasse Tommaso mi sono immaginata tante volte come sarebbe stato raccontare a mio figlio la sua storia, ho letto diversi libri sul tema e mi sono informata tanto nell’attesa. Poi è arrivato Tommaso e l’immaginazione è diventata realtà, la sua storia è entrata prepotente nelle nostre vite, mescolandosi alla nostra di storia.

Le tematiche della narrazione mi sono care da sempre perché credo nel potere terapeutico che una storia o un racconto possono avere per tutti, per i nostri figli in particolare. Per questo non mi sono persa l’incontro “Raccontarsi per raccontare – Fili, colori e parole”  che si è tenuto sabato 3 marzo a Torino organizzato dalla sezione di Genitori si Diventa di Torino e condotto da Devi Vettori, figlia adottiva, blogger capace di trovare sempre ed esattamente le parole giuste e Greta Bellando, pedagogista innamorata dell’adozione. Un mix di professionalità e di amicizia a cui non ho saputo resistere. Durante l’incontro sono state proposte ai partecipanti attività pratiche con l’obiettivo di mettersi in gioco in prima persona sulle tematiche della narrazione. E’ stato un pomeriggio intenso, pieno di stimoli e di belle parole, quei pomeriggi in cui senti concretamente che stai facendo qualcosa di importante per il bene della tua famiglia.

Voglio condividere con voi qualche pensiero su quello che mi sono portata a casa da questo pomeriggio.

 La narrazione è come un ballo

Mi piace l’immagine che Greta e Devi hanno dato della narrazione paragonandola ad un ballo in cui ci si segue a vicenda, un passo dopo l’altro, genitori e figli, entrambe con i propri bisogni. E la narrazione nasce proprio da questo, da un bisogno. Ma quante volte il bisogno di narrare è nostro e quante volte invece conoscere è un bisogno dei nostri figli?  La narrazione poi è sempre legata ad un tempo ed un luogo, un qui ed ora che varia, si trasforma, si arrichisce al mutare dei bisogni; quello che mio figlio ha bisogno di sapere ora non sarà certo quello di cui avrà bisogno quando sarà adolescente, lo stesso vale per me. L’ingrediente fondamentale della narrazione è l’ascolto, non solo del racconto narrato ma anche del bisogno che lo ha determinato. Credo sia questa la cosa fondamentale: saper ascoltare i suoi bisogni ed essere in grado di fare il passo giusto, senza pestargli il piede, senza allontanarsi, senza sbagliare il tempo come fanno i ballerini principianti. Qualche volta guiderà lui e altre volte guiderò io.

Ed è bella l’espressione “ascolto creativo” che hanno utilizzato le due professioniste per definire la capacità che dobbiamo avere noi genitori di saper ascoltare i bisogni dei nostri figli anche quelli inespressi e saper sfruttare di volta in volta strumenti di narrazione differenti. Penso a Tommaso che ogni volta che per la strada vede un cagnolino che gironzola da solo si rattrista un pochino e mi chiede sempre perché è solo e non c’è il suo padrone e so che in quel momento sta attingendo alla sua storia e  in realtà mi sta chiedendo di rassicurarlo, di dirgli che quel cane  non è solo. Ci sono giorni in cui guardando le foto che abbiamo in casa si sofferma di più su quelle del nostro viaggio di nozze, dove lui non è presente, piuttosto che su tutte quelle che ci ritraggono finalmente famiglia tutti e tre insieme e capisco l’importanza di saper ascoltare creativamente e saper guardare con occhi sempre nuovi alle sue richieste, fatte a volte di silenzi o di rabbia che esplode all’improvviso. Non si finisce mai di imparare ed esercitarsi ad ascoltare gli altri ma anche se stessi, perché nell’ascoltare il bisogno degli nostri figli ci mettiamo anche in ascolto del nostro bisogno di sicurezza e di controllo, del desiderio di avere sempre la risposta giusta per le domande dei nostri figli.

La vita quotidiana ci dimostra invece che le domande più difficili, con tutta la spontaneità e la naturalezza che solo i bambini conoscono,  arrivano sempre quando non siamo pronti. È quello che sto sperimentando con Tommaso che mi fa domande che sapevo sarebbero arrivate quando meno me lo aspetto ed è proprio lì che inizia il nostro ballo, talvolta impacciato, altre volte disinvolto fatto di parole e di coccole, di pezzi di vita che provano a trovare il giusto incastro.

Il racconto della storia adottiva: fili che uniscono le persone

Ci sono tanti modi per raccontare, oltre alle parole si può raccontare per esempio attraverso immagini, fotografie e oggetti. Ricordo che durante i nostri colloqui l’assistente sociale ci chiese di portare degli oggetti e delle foto  significativi per noi e così iniziammo a raccontare la nostra storia proprio attraverso questi due elementi. Quando pensavo all’adozione tra gli oggetti che mi sembrava la descrivessero meglio c’era senza altro il filo. L’immagine del filo che unisce due persone destinate ad incontarsi è sempre stata una delle mie preferite e lo è diventata ancora di più quando ho conosciuto mio figlio e ho avuto la certezza che fossimo legati da sempre, a due estremità di un filo e destinati ad incontrarci.

Devi e Greta durante l’incontro ci hanno fornito stimoli, lanciato proposte e suggerito strumenti per il racconto della storia adottiva e proprio un semplice filo può narrare  l’esistenza dei nostri figli, fatta di un passato in cui noi non c’eravamo, di un presente che stiamo costruendo insieme e di un futuro tutto da scrivere.

Il passato di mio figlio è un  filo di lenza, sottile e trasparente ma al tempo stesso robusto, perché la sua storia è fatta di un inizio traballante e faticoso, di momenti in cui ha lottato come un guerriero per sopravvivere e ci è riuscito. E’ quel filo trasparente che sembra non vedersi ma  invece c’è, ed è cosi robusto che ritorna prepotente ogni volta che mi chiede di raccontargli ancora di dove era prima che ci incontrassimo, che lo ha condotto fino a noi.

Il presente è un filo di lana rosso, un materiale che si può trasfromare in qualcosa di caldo ma che si può anche attorcigliare e annodare. E’ il materiale con cui la mia nonna con tanto amore ha creato coperte, maglioni e sciarpe per scaldarci quando il freddo si fa troppo pungente. E’ rosso perché per me il rosso è il colore della passione, del sangue, dell’amore. Un filo rosso per descrivere il nostro presente a cui lavoriamo minuziosamente come si fa quando si lavora ai ferri o all’uncinetto mettendo in conto che il filo potrà anche annodarsi e che dobbiamo accettare senza paura che questo accada perché anche i nodi fanno parte del percorso.

Il futuro è una corda robusta, costituita dall’intreccio di quattro corde più piccoline, perché auguro a mio figlio e alla nostra famiglia, forse un giorno composta da quattro persone come i fili della corda, la solidità di saperci riconoscere come una famiglia frutto di storie che si intrecciano ma anche come singoli, altrettanto robusti, ciascuno portatore della propria di storia.

Ci sono tanti modi per raccontarsi e per raccontare, chiavi differenti che aprono porte che altrimenti rimarrebbero chiuse. Questo incontro mi ha fatto riflettere ancora una volta sul difficile compito che spetta a noi genitori di essere custodi della loro storia, di essere in grado di trovare parole ed immagini giuste per raccontare ma anche per esprimere le nostre emozioni e per guardarci dentro. E ho la consapevolezza che è bello trovare professionisti e altri genitori con cui confrontarsi, con cui costruire una nostra personale scatola degli attrezzi con gli strumenti giusti per affrontare l’ avventura dell’ essere genitori.

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