Una storia, di quelle che amo raccontare ma anche leggere. Un romanzo sull’adozione che lascia in alcune parti senza fiato per l’autenticità delle sensazioni e dei personaggi che descrive. “Da dove la vita è perfetta“, il nuovo romanzo di Silvia Avallone mi ha incuriosito da subito. Complice la copertina rossa ed un titolo che sembra uno slogan mi sono avvicinata, l’ho sfogliato, ho letto qualche frase qua e là, come faccio per capire se un libro è quello che sto cercando in quel momento. Ed è lì in quelle frasi lette senza ordine che ho capito che in quelle pagine c’era anche un po’ di me. Non ero certo alla ricerca di un romanzo sull’adozione e l’infertilità, ma di un bel libro con una bella storia, qualcosa che mi appassionasse e mi tenesse sveglia per la voglia di leggerlo. Inutile dire che l’ho comprato e la sera stessa ho iniziato a leggerlo.

Non sono riuscita ad andare avanti fino a notte fonda come faccio appena inizio un libro, certo non perché non mi appassionasse ma perché ho avuto bisogno di centellinare la storia in piccole dosi, di digerirla, di capirla. Adele, così simile a tante mamme biologiche che scelgono di offrire un’altra vita ai loro figli, ti entra dentro all’improvviso a smuovere pensieri latenti e sopiti. Quell’Adele, appena diciottenne, che chiede di rimanere un po’ con Bianca dopo averla partorita, i suoi pensieri, le sue sensazioni e la sua storia si appiccicano addosso infilandosi in quegli spazi vuoti riempiti solo di storie immaginate e mai conosciute. Invece Adele è reale, è viva, scalpita, soffre. Mi sono chiesta per tutto il romanzo dove l’autrice abbia attinto per descrivere così bene questo personaggio. Forse davvero nella sua vita ha incontrato una mamma che ha scelto di non riconoscere il proprio bimbo, deve averle respirate quelle emozioni per poterle descrivere così bene. Ho avuto bisogno di fermarmi, di lasciar decantare questa storia. Mi è sembrato di conoscerla davvero Adele, di poter respirare quel dolore nel separarsi da Bianca, che è stata parte di lei ma che ora è altro da lei.

Bianca non apparteneva né a lei né a nessun altro. Era l’inizio di una storia

Dora, è l’altra parte della storia, è la parte a cui manca qualcosa: un figlio desiderato, atteso, cercato. Un desiderio che acceca e divora, “il dolore di quel niente era diventato un fuoco”. Inutile dire che in tanti passi mi sono riconosciuta in Dora, nei suoi pianti e nel suo dolore vedendo donne con la pancia. Dora è un po’ tutte noi, mamme senza pancia, a cui la vita ha chiesto di rinunciare alla maternità biologica. La vita di Dora sfiora quella di Adele ed è uno sfiorarsi che si percepisce in tutto il romanzo. Sembrano le due facce della stessa medaglia: la donna matura che non può avere figli e attende una chiamata dal Tribunale e la ragazza madre, con una figlia in grembo che non vuole riconoscere per garantirle un futuro migliore. Il finale sembrerebbe scontato sin dall’inizio ed invece non lo è.

Un libro che non è solo un romanzo sull’adozione ma una storia sull’essere genitori, sul dolore della maternità frustrata, sulla disperazione di non avere “una pancia”, ma anche sull’incapacità di sentirsi genitori quando si dovrebbe essere ancora soltanto figli.
Da dove la vita è perfetta“, un’espressione che racchiude benissimo quel momento in cui finalmente tutto si compie, quel momento in cui ti sembra che non potresti essere in nessun altro luogo se non esattamente dove sei. Esiste quel luogo e quel momento in cui è tutto perfetto. Per me è l’inizio di una vita a tre.