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Caro Giovanni

Oggi è un lunedì di inizio giugno, le scuole sono finite, fa molto caldo che sembra quasi estate inoltrata. Una giornata come tante per tanti bambini e per le loro mamme, i primi tuffi nelle piscinette montate sul balcone, le corse al parco, e poi un gelato per rinfrescarsi. Non per te Giovanni, lanciato dal balcone appena nato, da chi avrebbe dovuto prendersi cura di te. Oggi è il giorno del tuo funerale. Una comunità intera, quella di Settimo Torinese, si è stretta intorno a te, che sei lì nella tua piccola bara bianca, nelle braccia di chi finalmente ti amerà come meriti.

Perdonaci Giovanni per non essere stati capaci di evitare tutto questo, per non esserci accorti della sofferenza e del dolore che covavano nel cuore di quella mamma che ti ha portato nel suo grembo per nove mesi. Non lo sappiamo che cosa sia successo realmente ed oggi forse poco importa scoprire i dettagli. Quello che conta è che abbiamo fallito tutti, che questa società troppo veloce, competitiva, egocentrica non ha saputo sostenere una mamma, una famiglia e le sue difficoltà. Quella mamma che oggi non ti ha riconosciuto giuridicamente,e che non ti ha voluto dare un nome, e quel papà che oggi, nemmeno oggi, è accanto a te.  Non mi permetto di giudicare la vicenda e nemmeno quanto ha compiuto questa donna, troppi leoni da tastiera hanno già sputato le loro sentenze sui social e tante chiacchere da bar sono state spese su questo fatto. Insulti, odio, rancore, risentimento. Come se fare questo potesse servire a qualcosa. Non servirà a ridarti la vita.

Dovremmo invece chiederci soltanto come è stato possibile tutto questo? Dove siamo andati a finire Giovanni? Quando ci siamo persi e abbiamo smesso di accorgerci della sofferenza degli altri, di leggere nel volto di una mamma la stanchezza e  la disperazione?

Mi sono chiesta spesso in questi giorni se anche vicino a me non ci siano mamme come la tua. Ne incontro tante di mamme,di donne incinta, al parco o al supermercato, dal panettiere o sull’autobus. Alcune sono sorridenti ed allegre, altre di meno. Mi chiedo se sarei in grado di accorgermi di una sofferenza e di un disagio così grande, ecco questo oggi mi spaventa. Ho paura Giovanni che questa nostra pazza società che ci ha abituato ad essere individualisti, che ci vede stressati per un lavoro sempre più precario, che ci impone ritmi e tempi serrati ci abbia anestetizzato i sentimenti, l’empatia e l’amore per il prossimo. Mi sono fatta un esame di coscienza, ho ripercorso le chiaccherate con amiche e conoscenti e ho provato a pensare alla tua mamma. Se la tua mamma fosse stata una mia amica, una mamma che incontro al parco giochi, o in coda al supermercato io sarei stata capace di leggere nei suoi occhi? Sarei stata capace di dirle una parola? Di provare ad aiutarla? Di sostenerla?

Quante domande Giovanni, la verità è che non c’è una risposta. Non lo so Giovanni se sarei stata capace. È di questo piccolino che dobbiamo chiederti perdono, un mea culpa collettivo che speriamo possa risvegliarci.

Oggi una comunità intera si è stretta intorno a te, a quella piccola bara bianca dove hai trovato riposo. Un pensiero alla tua piccola sorellina che si troverà a dover fare i conti con questa sofferenza per tutta la vita e con un’assenza, la tua, che in certi momenti si farà pesante più di un macigno.  Anche a lei dobbiamo chiedere scusa.