Ti osservo mentre porti le tue mani sul tuo ventre, mentre sostieni il peso di quella vita che cresce dentro di te. Ti guardo mentre infili dolcemente le tue mani sotto la maglia per accarezzare con un tocco la tua pelle, unico tangibile confine tra te che sei fuori e lei che è dentro di te. Ti osservo con tutta l’attenzione con cui si osservano cose già viste ma, che in quel momento preciso, ci appaiono con una luce nuova e inedita. Ti scruto, non posso fare a meno di farlo, c’è qualcosa di così attraente e magico e ancestrale in quel gesto che le parole che stai pronunciando faccio fatica a seguirle. Sono echi lontani, ovattati, quasi bisbigli. Non lo so che cosa hai detto in quei tre minuti in cui hai parlato perché quel gesto mi ha ammaliato, catturato, frastornato.

Quelle mani con cui tu hai accarezzato il tuo ventre hanno scavato dentro le mie viscere, dentro quel ventre vuoto, dentro anni passati ad attendere e sognare di cullare una vita. Le tue mani hanno rimestato, smosso, mescolato i miei pensieri, le mie emozioni. Mi hanno dato la certezza di poter guardare ancora una volta dentro l’abisso della mia infertilità senza caderci dentro. Una quieta e rassicurante consapevolezza nel sentire oggi quel ventre un tempo vuoto ora pieno. Pieno, traboccante di quella vita che mi è entrata dentro quel giorno di tre anni fa quando i miei occhi hanno visto per la prima volta quelli di Tommaso. Mi sento il ventre pieno, caldo quando lui appoggia proprio lì la sua testa mentre giochiamo o quando per addormentarsi spinge i suoi piedini sulla mia pancia quasi a volersi infilare dentro. È lui che ha abitato lentamente quel vuoto, giorno dopo giorno, si è infilato in ogni fessura, in ogni pensiero, in ogni gesto.

Ci siamo abitati e rimessi al mondo, insieme.

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