Nei giorni in cui l’adozione è protagonista della cronaca per l’ennesimo scandalo denunciato da alcune famiglie che si erano affidate ad Enzo B per le procedure in Etiopia un’altra vicenda desta l’attenzione dei media. È di questi giorni la notizia che la madre biologica di Zahara Pitt, la prima figlia adottiva di Angeline Jolie e Brad Pitt, avrebbe scritto alla diva americana chiedendole di poter conoscere la piccola che venne data in adozione all’età di sei mesi.

La vicenda, seppur mediaticamente sfruttata, è ancora una volta uno spunto per riflettere sul complesso tema del rapporto con la mamma biologica. Rapporto che non tocca solo i nostri figli ma anche noi genitori adottivi.

Voglio solo che sappia che sono viva e qui disponibile per parlare con lei. Non voglio mia figlia indietro ma solo mettermi in contatto con lei e poterla chiamare e parlare con lei. Mi manca tutto il tempo.” – scrive Mentewab Dawitt Lebiso, madre biologica della piccola Zahara. Ho riletto più volte queste parole e ho pensato che avrebbero potuto scriverle centinaia di madri biologiche. Il desiderio di far sapere a quel figlio nel mondo di essere vive e di non aver dimenticato perché non si può dimenticare di aver messo al mondo un figlio. Quante madri biologiche se sapessero dove sono i loro figli farebbero la stessa cosa? E quante altre avranno scritto lettere come queste che nessuno leggerà mai? Mi capita, come ho detto in altri post, di pensare alla donna che ha messo al mondo mio figlio, penso a lei e mi chiedo se sente forte nel cuore il desiderio di sapere come sta suo figlio, se pensa a lui, se vorrebbe sapere come è diventato ora che sta crescendo. Penso anche che un giorno sarà Tommaso a farsi queste stesse domande.

Quando leggo di queste vicende cerco sempre di pensare a come mi comporterei se succedesse a noi, se la mamma biologica di Tommaso in qualche modo potesse rintracciarlo e tra dieci anni gli scrivesse una lettera così? E Tommaso come la vivrebbe? Forse sapere che c’è qualcuno nel mondo che, nonostante non si sia potuto prendere cura di te per le più svariate ragioni, ma che non ha smesso di pensarti potrebbe aiutare a lenire un po’ quella ferita dell’abbandono che accompagna gli adottati. Mi chiedo quanto all’età di 12 anni, età che ora ha Zahara Pitt, si sia pronti per affrontare questo.

Io da parte mia penso che non sarò mai pronta abbastanza, eppure dovrò crescere anche in questo per poter sostenere ed accompagnare mio figlio nella sua ricerca delle origini che prima o poi nel tempo desidererà compiere. L’adozione è un viaggio che dura tutta la vita per i nostri figli e per noi che abbiamo il compito di stargli accanto e sostenerli nella loro crescita. Credo sia fondamentale non nascondere la testa sotto la sabbia, come invece vedo fare ad alcuni genitori adottivi che cercano di dimenticare la storia dei propri figli, e prepararsi facendo un lavoro su se stessi, sulle proprie emozioni, sul proprio vissuto e mettere in conto che oggi, al tempo dei social network, tutti siamo rintracciabili, figli adottivi compresi.

Photo Credits: Georges Biard
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