Da quando Tommaso è entrato nella nostra vita il Natale ha di nuovo il sapore che aveva quando ero piccola, ha riacquistato quella magia che aveva perso negli anni in cui abbiamo sofferto per quel figlio che non arrivava. Il primo Natale da sposini è stato magico, tutti i parenti a casa nostra, io che avevo cucinato tutto il giorno prima immaginando come sarebbe stato il Natale dopo con il nostro piccolo ad allietare le feste. Ero certa che sarebbe stato l’ultimo Natale in due, avevo un ritardo quel mese e confesso di aver fantasticato che Babbo Natale avesse deciso di regalarmi la cosa che più desideravo. Mi toccavo la pancia, sperando che cullasse una piccola vita che stava crescendo dentro di me. Ero felice, avevo la mia famiglia intorno, un marito splendido e le prime vacanze di Natale da sposata alle porte. Mi perdevo ad immaginare i pacchetti di Natale per il nostro bambino l’anno successivo, chissà quanti ce ne sarebbero stati sotto quell’albero che avevamo comprato e addobbato insieme il giorno dell’Immacolata come era tradizione fare quando ero piccola.

I Natali di attesa

Non lo sapevo ancora che i Natali successivi non sarebbero stati come li immaginavo, che quel ritardo che avevo non era una nuova vita che cresceva dentro di me. L’inizio del periodo natalizio l’anno successivo mi trovò affranta, ripiegata su me stessa, delusa. Quella diagnosi di infertilità arrivata la primavera di quell’anno mi impedì di gioire per quelle feste che stavano arrivando. Ero felice di dover lavorare tutto dicembre quasi senza sosta, non mi pesò non poter andare in giro a fare shopping natalizio alla ricerca di giocattoli e regali. Mi sembrava di poter limitare i danni buttandomi sul lavoro. Lavorai fino alle 19.30 della vigilia di Natale ed arrivai alla cena a casa di mia suocera così stanca e sfiancata che quasi non avevo la forza di mangiare. Quella notte alla messa di mezzanotte, inginocchiata di fronte a quel Bambin Gesù nel presepe ho gridato silenziosamente il mio dolore a quel Dio che pensavo si fosse dimenticato di me. Fu a quel Bambino, che nel freddo di quella notte veniva al mondo, per salvare tutti noi, che affidai la mia angoscia e il mio devastante senso di vuoto. Passò anche quel Natale.

Il Natale successivo la storia fu la stessa, quell’assenza pesava come un macigno ed ogni festa o occasione la amplificava enormemente. Quel Natale ospitammo a casa nostra una ragazzina di una comunità per minori allontanati dalle loro famiglie in cui avevamo iniziato a fare volontariato. Avevamo accolto la richiesta della direttrice della struttura di poterle regalare un Natale in famiglia. Ero felice di ospitarla, di farle conoscere la nostra famiglia, di pensare ad un regalo per lei. Sapevo benissimo che non era la stessa cosa per lei trascorrere il Natale con noi piuttosto che con la sua famiglia. Le nostre solitudini di madre mancata e di figlia smarrita si incontrarono e mi regalarono un po’ di serenità, anche lei sembrava aver trovato un po’ di pace durante quelle feste.
L’anno dopo eravamo “in attesa”, proprio all’inizio di Dicembre avevamo avuto il colloquio con il giudice del Tribunale dei Minori per la conclusione della fase dell’istruttoria. Il nostro percorso adottivo era cominciato, quanta speranza in quel Natale. Che passi da gigante avevamo fatto in un solo anno: presentato la domanda di disponibilità all’adozione, fatto tutti i corsi obbligatori, affrontato colloqui con l’assistente sociale e la psicologa ed infine il giudice. La fase iniziale era passata e non ci restava che attendere fiduciosi il decreto di idoneità per l’adozione internazionale e sperare che presto sarebbe toccato a noi. Non mi feci alcuna illusione e certo non immaginavo che il Natale successivo sarebbe stato quello giusto.

Il nostro primo magico Natale insieme

E invece fu proprio così il Natale dell’anno dopo ci vide finalmente in tre. Quelle festività, che appena sposata avevo immaginato, finalmente arrivarono. Quanta gioia nell’attendere quel primo Natale da genitori, guardavo Tommaso e ringraziavo quel Dio, a cui avevo gridato, per questo immenso dono che stringevo tra le braccia. Nel calore di casa mia, intorno alla tavola imbandita eravamo finalmente felici. Eravamo finalmente in tre, un Natale speciale, pieno di regali da nonni, zii, amici per Tommaso.

Lui che aveva meno di un anno, ancora non capiva, mi guardava con quei suoi occhioni verde chiaro ed io pensai che non desideravo nessun altro regalo.

Oggi mentre attendo il Natale guardando le luci dell’Albero e del Presepe e guardando mio figlio che si meraviglia, come solo un bambino sa fare, penso a tutti coloro che in questo periodo si sentono come mi sono sentita io in quei tristi Natali. Posso dirvi solo di non mollare e di avere fede, di credere fino in fondo al vostro sogno di diventare una famiglia. Penso a tutti i bambini del mondo che trascorreranno il Natale lontani da una mamma e da un papà nella solitudine di una comunità o di un orfanotrofio dall’altra parte del mondo.

Ecco quando penso a questo mi sento così impotente, io che da adulta ho provato quell’assenza non so immaginare quanto possa essere maledettamente pesante per ognuno di questi piccoli. Li affido a quel Dio a cui ho gridato quella notte perché si prenda cura di ognuno di loro.

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