Durante i colloqui con la nostra equipe adozioni in uno degli incontri ci è stato chiesto di portare un oggetto che, in quel momento, fosse rappresentativo per noi. Noi abbiamo portato la statua degli “Inseparabili”, di pietra leccese, candida ma grezza, ricordo di una vacanza salentina.

Un uomo e una donna si abbracciano, dal loro abbraccio nasce un cuore.

Nessun oggetto poteva essere più adatto di quello, eravamo esattamente quello in quel momento: un uomo e una donna che si amavano e che cullavano uno spazio nel loro cuore. Quello spazio, creatosi piano piano nel tempo, in cui abbiamo coltivato, giorno dopo giorno, il nostro desiderio di diventare genitori “di cuore”. In quello spazio che, quando abbiamo scoperto la nostra infertilità, sembrava essere un vuoto incolmabile, quasi una voragine, è spuntato il fiore più bello. Inaspettato, quasi un regalo, anzi una grazia. La grazia di vivere serenamente la nostra storia e di sentirsi in fondo prescelti per compiere il cammino dell’adozione. Ricordo che a tratti mi sembrava di sentire davvero questo spazio tra me e mio marito quando in quei mesi di attesa ci abbracciavamo, quante volte abbiamo immaginato il nostro piccolo in mezzo a noi? Quante volte abbiamo immaginato i silenzi di casa nostra animarsi di pianti e risate? Quante volte quei week end in due ci sono sembrati cosi vuoti? Un vuoto in trepidante attesa di essere riempito… Quell’attesa che ci ha insegnato a saper aspettare, ma anche e di nuovo a sognare. A sognare di quel figlio che un giorno avremmo abbracciato.

 Siamo stati e siamo ancora oggi come la statua “Inseparabili”, perché siamo rimasti uniti, ci siamo sostenuti in quei difficili momenti in cui una tempesta sembrava abbattersi sul nostro matrimonio. Anzi credo che la sofferenza abbia fortificato il nostro rapporto, l’abbia consolidato forgiandolo. Quella statua è il simbolo della nostra gravidanza adottiva, di quel cuore dentro il quale abbiamo desiderato e atteso nostro figlio.

Quello spazio a forma di cuore oggi ha i contorni nitidi dei suoi occhi, delle sue labbra che chiamano mamma, di quelle mani che cercano le mie, di due piedini che veloci corrono verso giochi sempre nuovi. Quello spazio oggi ha il suo nome.

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