Questo post partecipa a StorMoms, un gruppo di mamme blogger che ogni mese si confronta su un tema diverso, il tema di febbraio è: il bambino del sogno e il bambino reale.

 #tiimmaginavopeluche #stormoms

Ho immaginato mio figlio centinaia di volte mentre attendevo il suo arrivo: un giorno aveva la pelle color ebano, un giorno gli occhi a mandorla, un giorno era un neonato, altri giorni aveva sei o sette anni. Per una mamma adottiva i confini dell’immaginazione sono ampi, spesso mascherati da interrogativi nei lunghi mesi e anni dell’attesa. Accanto al suo aspetto fisico mi sono sognata la sua storia, la sua nascita, e ho immaginato anche la sua mamma biologica. C’è stato un tempo poi di transizione in cui non riuscivo proprio a pensare a come sarebbe potuto essere, troppe variabili e incertezza per immaginarmi mio figlio. E forse anche tanta paura che poi nella realtà quel figlio immaginato non potesse esistere o che non arrivasse mai.

Ho ricominciato ad immaginare mio figlio quando è arrivata la telefonata dell’assistente sociale che mi annunciava che c’era un abbinamento per noi, l’ho immaginato quando ci hanno comunicato che aveva 6 mesi. Ho ridotto il campo dell’immaginazione: mio figlio era un neonato e viveva a pochi chilometri di distanza da noi. In quei giorni,che ci separavano dal nostro primo incontro, stringendo quella foto che ci avevano mostrato ho come danzato su quell’immagine, su quegli occhi che sembravano guardare soltanto me.

Mentre immaginavo mio figlio in realtà immaginavo anche me, immaginavo il mio essere mamma, il mio “metterlo al mondo”, come sarei riuscita a diventare madre in pochi giorni? E che tipo di mamma sarei diventata? E chissà se lui mi stava aspettando? Chissà se nei suoi sogni di neonato immaginava un volto e braccia che lo avrebbero finalmente stretto.

Ti immaginavo peluche: piccolo neonato bisognoso di cure e attenzioni ed invece sei arrivato forte come un guerriero, come chi ha davvero lottato con ogni forza per sopravvivere. Ti immaginavo peluche ed invece eri un super eroe che alla nascita pesava poco più di un chilo ma è sopravvissuto ad avversità mediche non indifferenti aggrappandosi alla vita.

La realtà ha superato l’immaginazione e mio figlio oggi è molto di più di quello che mi ero immaginata. E lo è anche essere sua mamma. Mi mette alla prova ogni giorno, mette alla prova i miei limiti, la mia pazienza, le mie convinzioni, i miei ideali di educazione. L’avevo immaginato diverso da me ed invece l’ho scoperto così simile  nel suo essere impaziente e permaloso ma anche solare e forte. Vorrei che crescesse sicuro e che la sua storia di figlio adottivo non lo facesse soffrire mai, vorrei che capisse che la sua mamma di pancia gli ha comunque donato la vita e donandola a lui l’ha ridonata a noi come suoi genitori, vorrei che potesse vivere in un mondo che non lo discrimini perché figlio adottivo, vorrei che non mi dicesse mai :”tu non sei mia madre”. So invece che tutto questo un giorno arriverà e lo affronteremo insieme.

Illustrazione: © Giulia Salza

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