Reagire, quando l’uragano che di colpo si abbatte nella tua vita, ti distrugge quello che sogni sin da ragazzina non è scontato: puoi logorarti nel tuo dolore senza uscirne mai oppure puoi reagire. Ci sono giorni in cui ti senti quasi soffocare per quanto è opprimente quel pensiero fisso che hai in testa da quando ti svegli la mattina, che non ti abbandona mai, è un pensiero che rimane latente, quasi come musica di sottofondo per tutta la giornata. Il momento peggiore è quando cala la sera e ti ritrovi con i tuoi pensieri, e se il tuo cuscino potesse parlare, racconterebbe di quelle lacrime silenziose che scendevano quando la malinconia e la nostalgia ti assalivano. Si perché si può avere nostalgia anche di ciò che non abbiamo mai avuto.  Ma poi anche questo dolore si trasforma, non sparisce ma si evolve.
La mia evoluzione è iniziata quando ho sentito che dentro il mio cuore accanto al desiderio di avere un figlio biologico si stava piano piano facendo strada il desiderio di accogliere un figlio nato da un’altra donna, un figlio adottivo. Non so identificare il momento preciso in cui questo desiderio si è fatto largo, ricordo perfettamente però  il giorno in cui è esploso.

Era il giorno di San Valentino di tre anni fa, ci eravamo iscritti al corso obbligatorio per poter presentare la domanda di disponibilità di adozione al tribunale dei minori. Come spesso mi accade, partii con le mie idee e i miei preconcetti certa che in fondo questo corso non avrebbe modificato i miei piani: tentare prima con la fecondazione artificiale e nel frattempo iniziare le pratiche adottive. Nella mia mente tutto era chiaro e definito, schematico e ovviamente programmato. Ma come se la notizie della nostra infertilità non fosse stata sufficiente a farmi capire che le cose non vanno come noi le desideriamo, quella giornata stravolse ancora una volta le mie certezze.

La giornata cominciò con aspetti generali sull’adozione, un elenco infinito di leggi che la regolamentano, di procedure, di aspetti burocratici. Proseguì con il racconto di alcune assistenti sociali sulle caratteristiche e le storie dei bambini che vanno in adozione. Le parole “maltrattamenti “, “abuso”, “violenza”, “abbandono” vennero ripetute decine di volte ed ogni volta nella mia mente rimbombavano. Confesso che mi accorsi ad un certo punto che alcune lacrime scendevano dai miei occhi senza controllo. Ero scossa, stordita. Ero assolutamente consapevole di quale fosse la realtà dei bambini che vanno in adozione ma in quel momento era come se tutto passasse dal generale al particolare. Come se in quel momento esatto si passasse dalle storie che senti raccontare da amici e conoscenti a quella che sarebbe potuta diventare la storia della mia famiglia. Il corso durò due giorni, intensi e toccanti, faticosi e riflessivi. Alla fine del primo giorno poco dopo essere salita in macchina piansi, a dirotto, di un pianto sofferente, singhiozzante. Come poteva essere possibile che queste povere creature dovevano vivere ciò che avevo sentito e come era possibile che io avevo pensato di ricorrere all’inseminazione. Come potevo solo lontanamente pensare di rimanere indifferente di fronte a questa sofferenza? Nel corso ovviamente si parlò solo genericamente delle caratteristiche e delle ragioni che portano un minore all’adozione, ma io nella mia mente immaginavo volti, occhi, mani che cercavano le mie, nomi. Sentivo che quel desiderio che credevo essere debole solo il giorno prima, ora si stava facendo largo prepotentemente.  Piansi perché sentivo che mio marito in realtà era già certo della strada che voleva percorrere, nel suo cuore c’era da subito quel desiderio. Discutemmo nel viaggio di ritorno, non volevo ammettere a me stessa e tanto meno a lui che la strada che volevo percorrere anche io era quella adottiva, anche se mi spaventava, anche se voleva dire rivedere interamente i miei progetti. Piansi pensando di non essere forte abbastanza per contenere la sofferenza dell’eventuale bambino che avremmo adottato. Come avrebbe potuto fidarsi ancora di una mamma? Come sarebbe sopravvissuto alla sua storia? E io come avrei potuto aiutarlo? Sarei stata capace?

Quanti dubbi, quanti interrogativi sovrastavano quel momento. Non so dire come esattamente sia uscita da quella situazione, da quell’empasse, o meglio so che non è stato merito mio. Io e mio marito proprio in quel periodo di scoperta della nostra infertilità abbiamo iniziato a frequentare un percorso di riscoperta della fede cristiana. Oggi ho capito che la fede mi ha salvato, che quel desiderio di maternità adottiva, di accoglienza di un bambino e della sua storia erano stati messi nel mio cuore da quel Padre che tanto ci ama. Non era umanamente possibile uscire da quell’uragano così, non era possibile uscirne danzando  sotto la pioggia. Non lo credevo possibile nemmeno io, finché non accadde. Accadde che quel piccolo desiderio che si faceva strada nel mio cuore divenne dirompente, divenne la “mia scelta”. L’adozione divenne la mia scelta, la mia vocazione e non l’ultima possibilità come avevo pensato all’inizio. Non accadde all’improvviso, non ci fu alcun incantesimo, nessuna formula magica semplicemente il dolore e l’incertezza avevano lasciato spazio ad una nuova e dolce consapevolezza. Saremmo stati una famiglia anche noi: una famiglia adottiva. Tutto il resto non contava più.

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