Gli esperti dicono che l’infertilità è un vero e proprio lutto. Lo scoprii solo dopo, leggendo libri e articoli, che quello che stavo vivendo era un lutto. Stavo seppellendo la mia idea di maternità, i test di gravidanza che non avrei fatto, le ecografie mancate, i chili di troppo, il parto, l’allattamento. Senza saperlo stavo seppellendo anche una parte di me,  quella sicura,a tratti spavalda che mi contraddistingueva sin da ragazzina. Furono mesi di pianti, di dolore, di rassegnazione nel girovagare tra esperti e scoprire che il primo medico non si era sbagliato. Soli: io e mio marito. E ogni volta che vedevo una donna incinta era per me come una pugnalata, il coltello poi premeva ancora più forte quando una delle fortunate guardandomi con aria un po’ spensierata mi diceva: “È capitato”. Quante volte mi sono trattenuta, ho rimandato indietro  le parole cariche di rabbia che la malcapitata non meritava. Non era vero che capitava, per lo meno non era vero per me. Ogni volta che un’amica mi annunciava che era incinta, gioivo con lei perché una nuova vita è sempre un dono, ma nel profondo mi sentivo mutilata, castrata, incompleta. Non volevo ancora svelare quello che stavamo passando, quasi come se tenere per noi questo fatto lo rendesse meno vero. E invece la verità piano piano venne a galla, in cene tra amici ,confidenze più intime e rivelazioni alle nostre famiglie. Da lì in poi ho smesso di contare gli sguardi di commiserazione, le esclamazioni “poverini” e tutto quello che si può dire in queste situazioni.

Parlarne con il mondo mi aiutò, ripetere quello che ci stava accadendo rendeva il dolore ogni volta un po’ più attutito, non scomparve ma i suoi contorni divennero più morbidi. Solo ora mi rendo conto che da quel tragico pomeriggio di aprile a quella giornata di San Valentino che segnò un nuovo inizio trascorsero circa 9-10 mesi. Poco più di una gravidanza, quella che ci avrebbe portato alla nostra scelta per la vita: l’adozione.

Ma questa è un’altra splendida storia…

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